Quando la fotografia mente

In questo articolo, iniziando dagli albori della fotografia e delle fotocamere, voglio descrivervi alcuni esempi in cui la fotografia può o crediamo possa aver raccontato bugie. Ed è un argomento molto attuale, oggi più di prima.

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Un po' di storia

Se chiudiamo gli occhi, ricordiamo poco. Un apparecchio fotografico, invece, con un rapido sguardo conserva ogni particolare.

 Quella che segue è l'immagine della primissima fotocamera prodotta in serie, la Giroux Daguerreotype. Altro non era che una camera oscura in cui si inseriva una carta sensibile alla luce. Siamo nel 1839 quando Giroux (restauratore e costruttore di mobili), ottiene la licenza per costruire questa fotocamera, sulla base di quella che ideò il cognato Louis Daguerre. Ovviamente la migliora molto. Due cassette, una posteriore piccola all'interno di una anteriore più grande, che scorrono una sull'altra per la messa a fuoco.

La cassetta misura 30,5 x 38 x 51 cm
Un marchio garantisce il controllo di qualità
L'obiettivo da 380mm f/15 di Charles Chevalier ha due lenti incollate insieme
Lo Chassis nella parte posteriore accoglie una lastra intera da 6,5" x 8,5"
Uno specchio abbassabile a un angolo di 45 gradi mostra l'immagine nel verso giusto
La cassetta posteriore è a prova di luce e scorre dentro e fuori per mettere a fuoco
  • La cassetta misura 30,5 x 38 x 51 cm
  • Un marchio garantisce il controllo di qualità
  • L'obiettivo da 380mm f/15 di Charles Chevalier ha due lenti incollate insieme
  • Lo Chassis nella parte posteriore accoglie una lastra intera da 6,5" x 8,5"
  • Uno specchio abbassabile a un angolo di 45 gradi mostra l'immagine nel verso giusto
  • La cassetta posteriore è a prova di luce e scorre dentro e fuori per mettere a fuoco

    FOTOCAMERA PER DAGHERROTIPI, di Alphonse Giroux, 1839
    (Clicca sui segni + per maggiori info)

     

    Da quando l'apparecchio entrò in vendita, le ordinazioni furono tantissime. Il prezzo, comprensivo di alcuni accessori per lo sviluppo, corrispondeva allo stipendio annuale medio di un uomo. Chi poteva permettersi l'acquisto di questo gioiello poteva fotografare, e fu così che iniziarono le prime bugie...

    Una caratteristica di questa fotocamera è rappresentata dai tempi di posa, per nulla brevi se paragonati a quelli che occorrono oggi per catturare la luce dalle nostre macchine. Ben cinque minuti venivano infatti utilizzati per scattare, ad esempio, una foto ritratto di famiglia (molto in voga in quel periodo). Le persone dovevano rimanere immobili per tutto quel tempo. Muoversi equivaleva a rovinare il risultato finale.

    Proprio in virtù di questo voglio che diate una occhiata alla foto successiva, la prima immagine conosciuta che ritrae delle persone. Sfortunatamente l'originale è andata persa a causa di un restauratore poco attento che ha finito per distruggerla del tutto. E' una foto di Parigi, il Boulevard du Temple, scattata da Louis-Jacques-Mandè Daguerre (1838). Probabilmente, in quel determinato orario, quella strada era piena di gente in movimento, considerando anche le ombre degli alberi, quasi perpendicolari. Ma proprio il tempo di scatto (tra i cinque e i dieci minuti) ha impedito di fissare le persone. Con una eccezione: un uomo e il suo lustrascarpe. Con molta probabilità il fotografo ha chiesto loro di posare per tutto il tempo, sapendo che in questo modo la pellicola li avrebbe immortalati. E' buffo come la prima foto conosciuta che ritrae delle persone sia stata premeditata, immaginata, ancor prima dello scatto. Costruita, non naturale, falsa se vogliamo.

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    Il caso del bacio, di Robert Doisneau

     

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    "Le baiser de l’Hotel de ville"di Robert Doisneau (1912-1994)

     Facciamo un salto temporale in avanti: è il 1950 quando la rivista "Life" commissiona un lavoro al fotografo Robert Doisneau: un reportage sugli innamorati. Nasce così questo scatto in bianco e nero. Moltissimi di noi si saranno certamente commossi davanti a questa fotografia. Capita di ritrovarla ovunque, come copertina di un libro, come poster, o come cartolina, e chissà quanti di noi si saranno chiesti chi fossero questi due giovani innamorati. Ebbene, nel 1992 una coppia, Denise e Jean Louis Lavergne, sostenne di essere lei in quella foto, e lo fece in tribunale, con la speranza di rivendicare il diritto di immagine e quindi di essere risarcita in denaro per la foto scattata a loro insaputa. 

    In realtà si scoprì che lo scatto non era affatto rubato, e la coppia venne smascherata perché fu lo stesso fotografo a rilasciare una dichiarazione. E c'era da aspettarselo, conoscendo il modo di lavorare di Robert Doisneau, fedele alla sua idea di abbellire le situazioni quotidiane, anche con un pizzico di immaginazione.

    I due giovani erano, invece, "gente del mestiere" e hanno recitato sotto le sue direttive. Innamorati però lo erano davvero, anche se la loro storia era destinata a finire presto: pochi mesi dopo si sono separati. Lui, Jacques Carteaud, ha smesso da tempo di fare l'attore e ha scelto tutt'altra attività: la viticoltura. Lei, Françoise Bornet, invece, non ha abbandonato il suo lavoro ed è rimasta legata all'ambiente del cinema.

    "Per tutta la vita mi sono divertito a fabbricare il mio piccolo teatro"- ha affermato più volte. E poi ha spiegato: "Io non fotografo la vita reale, ma la vita come mi piacerebbe che fosse". Le sue foto non sono mai istantanee riprese all'improvviso. Sono, invece, piccole messe in scena in grado di restituire l’essenza perfetta di quei momenti che rischiano di rimanere nascosti o confusi nell'imperfezione della realtà.

    Nonostante la bellezza e la magia di questo scatto rimarranno senza dubbio eterne, sarebbe stato bello continuare a credere che fosse davvero un istante reale, un attimo di vita vera di una Parigi dell'immediato dopoguerra, ma non lo è.

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    Pablo Inirio, pioniere del fotoritocco

    Pablo Inirio, fotografo e storico stampatore dell’agenzia Magnum, può essere considerato uno dei pionieri del fotoritocco. Inirio non lavorava con computer, software sofisticati, mouse e tastiera, ma in camera oscura con il solo ausilio di agenti chimici che gli permettevano di modificare fotografie che oggi sono ritenute veri e propri tesori. 

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    Quelle che agli occhi di un inesperto appaiono foto scarabocchiate in realtà riportano, con minuziosa cura, i tempi di esposizione e le note per enfatizzare alcune zone della foto, tutti dati indispensabili per il fotoritocco che oggi Photoshop analizza in un batter d’occhio senza che noi ce ne rendiamo conto.
    Questo per affermare che le foto che ritraggono le bellissime icone degli anni ’60, come Marilyn Monroe o Audrey Hepburn, non sono come la macchina fotografica le ha fatte.

    E' lecito averlo fatto e continuare a farlo?

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    Il caso della foto che ha vinto il premio Pulitzer

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    La foto in questione è stata scattata da Laszlo Balogh e ha fatto capolino su tantissime testate di tutto il mondo. La fotografia di Balogh è stata scattata in Ungheria e ritrae un immigrato che sembra proteggere la moglie e il figlio dalla violenza dei poliziotti che brandiscono i manganelli.

    Nello scatto l'uomo sembra, appunto, abbracciare la donna che, stesa sui binari di una stazione di confine, piange, urla e protegge a sua volta il neonato che ha tra le braccia. L'azione è concitata e chiunque, guardando la fotografia, ha provato pietà per quella famiglia "vessata" dalla polizia ungherese che impedisce loro di andare avanti. La verità, però, è un'altra. Lo dimostra chiaramente un video di Euronews. Prima che il reporter scatti la fotografia, che poi, ha vinto il Pulitzer, l'immigrato spintona la moglie con in braccio il figlio fino a gettarla a terra. Non si cura nemmeno del piccolo che per un soffio non sbatte la testolina contro i binari del treno. I poliziotti intervengono prontamente e si avventano sull'uomo per mettere in salvo la donna e il bambino. Ed è in questo momento che i fotografi scattano dando all'immagine un altro significato. In realtà, è la donna stessa a cercare di allontanare il marito che, a sua volta, si attacca a lei con un morso. Una volta riportata la calma, gli agenti arrestano l'immigrato e liberano la donna.

    E' questo un esempio di fotografia diverso da quelli precedentemente riportati. Il genere di fotografia è il reportage di guerra, dove è obbligo del reporter riportare, attraverso la sua macchina fotografica, una verità oggettiva. Anche qui la fotografia mente, mancando di etica.

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    Il caso McCurry

     

     

    Tutto inizia lo scorso 23 aprile quando Paolo Viglione, fotografo professionista della provincia di Cuneo, scrive le sue considerazioni alla mostra in un post, oggi cancellato, sul suo blog. Il titolo era “Quando McCurry inciampa nel Photoshop” e il corpo recitava: “Mi chiedevo se i colori non fossero in qualche modo stati falsati in Photoshop… e così mi sono avvicinato ad una foto di Cuba in cui mi parevano molto forti. Così ho scoperto che qualcuno aveva deciso di far indietreggiare il personaggio di un pochetto”.
    Viglione entra nel dettaglio, raccontando che “col timbro clone si clona la persona un po’ indietro, poi si ricostruisce il palo giallo. A quel punto, però, bisogna ricordarsi di tornare sulla persona ed eliminare eventuali sbavature, ad esempio un pezzo del palo che gli esce dalla gamba, e magari ricostruire quel che mancava e che ora si dovrebbe vedere non essendoci più il palo, per esempio un piede. Beccati!”.

    La notizia di questo errore in post-produzione, per altro non eseguito dallo stesso autore ma da un membro del suo staff (prontamente rimosso dal suo incarico), ha fatto il giro del globo suscitando non poche polemiche. Forse non tutte legate all'errore umano, essendo tale è normale che possa accadere, quanto invece sull'entità dell'intervento di ritocco e sulle ragioni dello stesso, se è giusto o meno che questo avvenga nella fotografia. McCurry si addossa ogni colpa per quanto è accaduto, e in merito afferma:

    "Credo sia del tutto legittimo intervenire, ad esempio, per minimizzare, agendo sui contrasti, un dettaglio marginale che rischia di essere invadente o distraente, o per scurire lo sfondo di un ritratto quando vuoi far risaltare meglio l'espressione del viso, per concentrare l'attenzione su quello. Anche riquadrare a volte è necessario per migliorare l'equilibrio di un'immagine. Ma tutto questo non è necessario farlo spostando elementi dell'immagine. Nella fotografia di cui stiamo parlando, quel palo poteva benissimo essere scurito e reso meno evidente lavorando su toni e contrasti".

     

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    Riassumiamo quanto scritto finora...

     

    • BOULEVARD DU TEMPLE, PARIGI

      La prima foto che ritrae delle persone.
      Il fotografo ingaggia due persone chiedendo loro di posare immobili
      per un tempo che va dai 5 ai 10 minuti.

    • IL BACIO DI ROBERT DOISNEAU

      Quella che si credeva essere
      una foto rubata a due innamorati di Parigi
      risultò essere premeditata, cercata.
      Due attori ingaggiati dal fotografo.

    • IL RE DEL FOTORITOCCO

      Il fotoritocco non è iniziato con l'arrivo di Photoshop.
      Avveniva in camera oscura,
      e Pablo Inirio è considerato il pioniere del ritocco.

    • LA FOTO CHE HA FATTO VINCERE IL PREMIO PULITZER

      Euronews "smonta" la foto di Laszlo Balogh
      che ha fatto vincere a Reuters e New York Times il Pulitzer:
      la verità che si cela dietro allo scatto strappalacrime è un'altra.

    • LE FOTOGRAFIE DI STEVE MCCURRY

      Steve McCurry e il suo team ritoccano le fotografie,
      e a volte inciampano in errori nella post-produzione di uno scatto.
      Il fotografo replica: la mia non è più fotografia di reportage.

     

     

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    Le Conclusioni

     

    Ho volutamente riportato alcuni esempi molto diversi tra loro, in cui la fotografia è oggetto di un'azione umana atta ad attribuirle un significato diverso, alterato. Non vuole essere un articolo di accusa nei riguardi della fotografia, bensì un pretesto per far pensare il lettore su questi argomenti.

    Credo personalmente che alla base di tutto, parlando di fotografia, ci sia il preconcetto, spesso radicato nel subconscio, che la macchina fotografica debba in ogni caso essere una sorta di fotocopiatrice, che funga ossia da impronta della realtà così come la vediamo noi. E' come se si pensasse che lo scatto debba essere lasciato inalterato, così come "esce" dalla macchina fotografica. Ma allora cosa è lecito e cosa lo è troppo?

    Probabilmente sono domande troppo generiche, lo riconosco. Però molto dipende dal genere di fotografia di cui trattiamo. Un esempio lampante è una foto pubblicitaria, dove gli interventi sappiamo essere tanti. Dalla fotografia artistica apprezziamo il contenuto narrativo, visionario, dell'artista, ed è per questo che al fotografo è lecito fare quel che la sua mente gli suggerisce. Del tutto diverso è il caso della fotografia di reportage, e la ragione è semplice: c'è un patto da non infrangere tra il fotografo e l'utente finale, ed è quello di riportare una verità affinché sia conosciuta - come il fotografo l'ha vista, e non come l'ha interpretata.

    Tags: Fotografia

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